Anoressia Atletica



Anoressia maschile Bari

Alcune pratiche sportive richiedono un particolare peso corporeo, una particolare forma del corpo, ed un allenamento molto estenuante, al fine di ottenere una performance adeguata. La condotta alimentare facilmente si adegua alle richieste di performance dell'attività sportiva. In altri termini, sembra plausibile che la pressione sociale alla magrezza si associ nelle donne atlete alla necessità di raggiungere performance elevate e possa quindi comportare tentativi di acquisire dimensioni corporee irrealistiche. Per alcune donne atlete la pressione a raggiungere e mantenere un basso peso corporeo può portare ad assumere condotte alimentari restrittive o a sottoporsi a diete croniche. Negli ultimi trenta anni, sempre più spesso sono giunte all'osservazione degli specialisti atlete che presentavano disturbi psico-fisici specificamente associati all'attività sportiva. I disturbi solitamente insorgono in modo insidioso, e possono decorrere inosservati per lungo tempo, non di rado con attribuzione del disagio da essi causato ad un generico "stress da competizione". Sintomo di esordio è l'amenorrea, che si accompagna nel tempo a osteoporosi, causa talora di fratture ossee improvvise ed impreviste, erroneamente attribuite a sforzo o ad errori di allenamento. Una accurata anamnesi riconosce la presenza di condotte alimentari anomale, che pur non corrispondendo pienamente ad una delle sindromi cliniche maggiori dei disturbi del comportamento alimentare, tuttavia sono da situarsi correttamente nel continuum dello spettro sindromico di questi disturbi. La associazione di amenorrea, osteoporosi e disturbi delle condotte alimentari è in letteratura indicata come "triade della donna atleta" (Hobart & Smucker, 2000; Golden, 2002), secondo le indicazioni dell'American College of Sports Medicine, ma altri utilizzano, forse più appropriatamente, la denominazione di "anoressia atletica". La "sindrome della donna atleta"è causata da uno sbilanciato apporto calorico rispetto al consumo energetico, e può comportare importanti e gravi conseguenze di natura medica, manifestandosi più spesso in sports che enfatizzano un fisico snello e leggero (Golden, 2002). Non è nota la reale prevalenza di questa particolare sindrome clinica, ma studi condotti tra le studentesse universitarie che praticano attività sportive indicano una prevalenza relativamente elevata di condizioni di amenorrea apparentemente primaria e di lesioni muscolari ed ossee senza causa violenta. In uno studio condotto negli Stati Uniti su oltre 500 giovani atlete, in cui è stata rilevata una prevalenza del 3,3 % di anoressia nervosa e del 2,3 % di bulimia nervosa, irregolarità mestruali erano riferite da circa il 31 % delle atlete che non facevano uso di contraccettivi ormonali, mentre lesioni ossee senza causa violenta erano riferite da circa il 35 % del campione totale (Beals & Manore, 2002). Secondo alcuni autori il disturbo sarebbe indotto primariamente da un elevato coinvolgimento nell'attività sportiva. La spinta al dimagrimento, e soprattutto la pressione a ridurre la quota di grassi nella composizione della massa corporea, faciliterebbe in soggetti vulnerabili lo sviluppo di pratiche volte modificare l'apporto calorico, risultandone abitudini alimentari profondamente alterate, anomalie del ciclo mestruale sino all'amenorrea, e un aumentato rischio di osteoporosi e fratture ossee ad esso conseguenti (Sanborn et al, 2000; Bass et al, 2001). Per le sue caratteristiche, il disturbo può decorrere non riconosciuto per lungo tempo. Lo sviluppo di pratiche alimentari anomale, volte a conseguire un particolare assetto corporeo, ritenuto ottimale per il conseguimento dell'eccellenza nelle prestazioni atletiche, può passare inosservato, ed in taluni casi essere anche incoraggiato dalla rete sociale dell'atleta, quando esso si accompagni a un sensibile miglioramento delle prestazioni. Anche la comparsa di anomalie mestruali può essere scambiata per reazione allo stress, o sbrigativamente attribuita alla 'pressione per la competizione'. La sottovalutazione di queste anomalie cliniche è particolarmente insidiosa nella popolazione giovanile, quando il conseguimento di positivi risultati nello sport può far tralasciare l'impatto che alterazioni dell'equilibrio psico-fisico possono avere su di un corpo il cui sviluppo non è ancora completato. Particolarmente gravi possono essere le conseguenze di deficit nutrizionali di elementi essenziali, quali vitamine, ioni e minerali, con un aumento del rischio di osteoporosi e di fratture ossee spontanee. Il personale incaricato di supervisionare gli atleti ha la maggiore opportunità di identificare le atlete a rischio, ed è specifica responsabilità degli allenatori e degli altri operatori impegnati nella preparazione di atleti e dei giovani sportivi acquisire le necessarie competenze per potere riconoscere prontamente il disturbo e sapere dove e come indirizzare le atlete che abbiano bisogno di interventi specialistici. Di contro alla probabilità che l'impegno in attività sportive nasconda o favorisca un aumentato rischio di sviluppare disturbi del comportamento alimentare, bisogna riconoscere che la pratica fisica continuativa costituisce fattore primario di protezione della salute. Accanto ad una corretta alimentazione ed all'astensione dal consumo di sostanze tossiche quali alcool e fumo di sigarette, la pratica di una attività fisica continuativa è considerata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità uno dei principali fattori di mantenimento del benessere e di prevenzione rispetto alla comparsa di malattie organiche. L'attività fisica continuativa svolge una funzione protettiva specifica nelle coronaropatie, nel diabete, nell'osteoporosi, in alcune forme di tumore, nell'obesità, e sembra favorire anche una riduzione dei livelli percepiti di stress e facilitare la risoluzione di forme da lievi a medie di depressione ansiosa, soprattutto quando reattive ad eventi della vita. La impostazione di un corretto programma di attività fisica, dunque, può favorire la conservazione dello stato di benessere, e spesso facilita la correzione di alterazioni dell'equilibrio psico-fisico. Per quanto riguarda i disturbi del comportamento alimentare, poi, un corretto programma di attività fisica può produrre effetti riabilitativi quando non curativi. Per la sua capacità di ristabilire una relazione armonica tra le parti corporee in movimento, e favorire una coerente integrazione psico-motoria, e dunque un miglioramento dell'immagine corporea, l'esercizio fisico può dimostrarsi più efficace anche della terapia cognitivo-comportamentale nell'attenuare la spinta alla magrezza, sintomo nucleare dei disturbi del comportamento alimentare, e ridurre il ricorso a pratiche anomale di eliminazione delle calorie introdotte con la dieta (condotte di eliminazione). Ciò si accompagna ad un miglioramento della struttura corporea, più armonica e tonica, che ulteriormente incrementa il senso di benessere dei pazienti (Sundgot-Borgen et al, 2002).